"Asl poco trasparenti e soggette a illegalità".

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La denuncia di Libera e Gruppo Abele: le aziende sanitarie italiane non hanno recepito la normativa anticorruzione.

Poco trasparente nonostante sia gravido dei miliardi di euro di denaro pubblico, permeabile al malaffare e però lento, lentissimo, nell'adeguarsi alle misure che dovrebbero rendere più difficile la vita di corruttori e corrotti. Ritardo che diventa "strutturale" e sospetto in regioni quali Sardegna, Molise, Campania e Calabria. Eccola la fotografia del sistema sanitario nazionale così come è stata "scattata" da un dossier realizzato dalla associazione antimafia Libera e dal Gruppo Abele (la onlus torinese di Don Luigi Ciotti), diffuso oggi in occasione della Giornata mondiale contro la corruzione.

Per due mesi un gruppo di ricercatori ha monitorato i siti istituzionali delle 143 Aziende sanitarie locali e provinciali italiane, delle 75 Aziende ospedaliere, dei 18 Istituti nazionali di ricerca e cura per verificare lo stato di attuazione della legge 190 del 2012 e del decreto legislativo 33 del 2013, vale a dire i due atti emanati dal governo contro l'illegalità nella pubblica amministrazione che hanno introdotto una serie di obblighi di pubblicità e trasparenza a favore del cittadino paziente.

Ebbene, a un anno dall'entrata in vigore della 190, si scopre che soltanto il 56 per cento delle aziende ha nominato il responsabile anticorruzione, figura chiave per arginare la spartizione truffaldina dei succulenti appalti della sanità. Non più tardi di un mese fa l'ultimo scandalo: cinque funzionari dell'Asl di Brindisi e 17 imprenditori sono stati arrestati con l'accusa di aver truccato 19 gare, tra gli indagati ci sono anche alcuni politici del Pd locale. Ecco, anche per evitare il cronico ripetersi di storie del genere era stata varata la legge. Ma ad oggi, in Puglia, solo sei aziende su dieci hanno il responsabile anticorruzione, obbligatorio per tutti entro il 31 gennaio 2014. E nessuna ha ancora il piano triennale anticorruzione previsto dalla legge. Piano che tutti, da Nord a Sud, dovranno adottare entro la stessa data.

Nelle Marche e in Molise la figura del responsabile anticorruzione non esiste, in Calabria ce l'ha solo una Asl sulle nove esistenti, in Campania una su dieci. Non va meglio in Sardegna, 1 su 10.

E, a sorpresa, nemmeno la Toscana ha fatto i compiti a casa: su 16 Asl presenti, solo in 5 lo hanno nominato. Per i Piani triennali la situazione è, se possibile, più disastrosa. Su scala nazionale sono stati adottati e resi disponibili sul web solo nel 20,7 per cento dei casi: sono inesistenti in Abruzzo, Calabria, Emilia, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana e Umbria. Spicca in positivo il Friuli, dove 9 Asl hanno predisposto il piano, ancora indietro la Lombardia della sanità tradizionale "fiore all'occhiello" (ce l'ha solo il 36 per cento delle aziende).

L'obiettivo della campagna "Riparte il futuro" è quello di "tutelare e difendere da opacità, illegalità e corruzione il servizio sanitario pubblico che dal 1978 garantisce cure e assistenza ai cittadini, spiegano a Libera. C'è anche una petizione online intitolata "Salute: obiettivo 100%" all'indirizzo www. riparteilfuturo. it. Sul sito i cittadini stessi possono attribuire a ogni Asl un punteggio, così da aggiornare il monitoraggio svolto finora. Che ha riservato delle brutte sorprese anche in materia di trasparenza.

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